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OMAGGIO ALLA POESIA

 

Libreria Einaudi, Via Mascarella 11/A  Bologna

11 novembre 2017, 27 gennaio 2018, 24 febbraio 2018

 

C’è forse in ogni psicoanalista un poeta che sonnecchia e in ogni poeta un analista che ascolta. Entrambi risvegliano una parola perduta, un’intimità segreta che si oppone al brusio del mondo. Questa parola è per il poeta materia viva, avida di venire al mondo e di trovare un’espressione sensibile.  Archeologi entrambi, non hanno che la parola per traversare la singolarità di un destino e sfiorare le corde dell’anima.

Tre incontri, tre voci poetiche altissime: Chandra Livia Candiani, Paul Celan, René Char. Ciascuna sarà come un “messaggio nella bottiglia, gettato a mare nella convinzione  che possa, un qualche giorno e da qualche parte, essere sospinto verso una spiaggia”. (Paul Celan).

 

Come venne a me la scrittura?
Come piumaggio d’uccello
sul vetro della mia finestra,
d’inverno.
Immediatamente,
si accese nel camino
una battaglia di braci
che, ancora oggi, non si sono
spente.

(René Char, 1955)

Il sonno è nostro

Ordinario stato

Finché non arriva

Un vento di parole una

Poesia,

un pastore d’istanti

con arcaica sapienza della cattura.

(Chandra Livia Candiani, 2017)

         

Non scriverti

Tra i mondi,

al margine della traccia di lacrime impara

a vivere.

(Paul Celan, 1966)

 

 

Conversazione con Chandra Livia Candiani

Fatti vivo

Sabato 11 Novembre 2017, ore 17

Libreria Einaudi, Via Mascarella 11/A  Bologna

 

Chandra Livia Candiani è una delle voci più autentiche e profonde della poesia italiana contemporanea. La sua poesia unisce un’intensità imperiosa e senza compromessi ad una miracolosa leggerezza. Accoglie, intrecciando luce e tenebre, l’apertura indomita verso il futuro e il frastuono violento della vita. Si china, con pazienza amorosa da ape operaia, sui dettagli del mondo e li canta … oggetti, animali, elementi della natura, pioggia, vento…. perché la poesia, mentre ci porta “brandelli di mondo”, possa svegliarci a noi stessi e all’altro.

“La poesia per me è uno stato, come è uno stato la preghiera, l’innamoramento, la veglia e il sonno, uno stato di coscienza dove il pensiero discorsivo e descrittivo non la fanno più da padroni, dove sono spiazzati o fanno tappezzeria. […]  Non so se sono figure dell’assenza, forse, ma come un sentiero è fatto di quel che non c’è, un sentiero è un’assenza, è uno spazio da cui un progetto - o la semplice consuetudine a passare -  ha tolto rovi, piante, ha calpestato l’erba, ha segnato una pista sulla terra … un sentiero si fa togliendo. La mia poesia è spesso onirica e visionaria perché è così che vivo, è la capacità di sognare la realtà che mi ha salvato la vita“.

 

Barnaba Maj

Il rapporto tra parola e immagine nella poesia di Paul Celan

 Sabato 27 gennaio 2018, ore 17

Libreria Einaudi, Via Mascarella 11/A  Bologna

 

Paul Celan nacque in Romania nel 1920, da genitori ebrei di lingua tedesca che morirono in un campo di concentramento durante la Seconda Guerra mondiale. Egli stesso fu prigioniero in un campo di lavoro in Moldavia. Nel 1947 emigrò a Parigi, dove lavorò come traduttore e continuò a scrivere poesie nella sua lingua madre. Nel 1970, a cinquant’anni, si suicidò buttandosi nella Senna.

Celan rispose con i suoi versi alla nota affermazione di Adorno che “dopo Auschwitz, nessuna poesia, nessuna forma d'arte, nessuna affermazione creatrice è più possibile”. Celan parlò e cantò per la memoria del mondo, spingendo il linguaggio verso il punto più crudele e insieme più intimo, riaffermando sul male e sul silenzio il potere del poeta.

In occasione del conferimento del premio letterario Città di Brema (1958), nel discorso di ringraziamento, Celan disse:

“Raggiungibile, vicina e non perduta in mezzo a tante perdite, una cosa sola: la lingua. La lingua, essa sì, nonostante tutto, rimase acquisita. Ma ora dovette passare attraverso tutte le risposte mancate, passare attraverso un ammutolire orrendo, passare attraverso le mille e mille tenebre di un discorso gravido di morte. Essa passò e non prestò parola a quanto accadeva; ma attraverso quegli eventi essa passò. Passò e le fu dato di riuscire alla luce, 'arricchita' da tutto questo.  Con questa lingua, in quegli anni che seguirono, io ho tentato di scrivere poesie: per parlare, per orientarmi, per accertare dove mi trovavo e dove stavo andando, per darmi una prospettiva di realtà”.

 

Angela Peduto

Furore e mistero nella poesia di René Char

 Sabato 24 febbraio 2018, ore 17

Libreria Einaudi, Via Mascarella 11/A  Bologna

 

Di René Char Einaudi ha recentemente ripubblicato i Feuillets d’Hypnos, da molti anni introvabili, testimonianza folgorante dell’esperienza di resistenza francese, cui il giovane poeta partecipò attivamente con il nome di comandante Alexandre.

Per René Char la poesia è atto di rivoluzione, gesto etico cui egli si consegna totalmente, appassionatamente.

Scrive Vittorio Sereni, traduttore della raccolta: “Perché ho tradotto, o cercato di tradurre nonostante i rischi, René Char? […] Sapessi rispondere, saprei definire la poesia di Char. Fra tutte le “poesie” da me lette e amate in questi ultimi anni, è la più lontana dall’“idea di poesia” che ciascuno di noi (per tradizione, per educazione, per abitudine) possiede, e insieme la più stretta al cuore della poesia stessa, dove la letteratura o la poesia-che-si-sapeva-già non porgono più alcun soccorso al lettore, e questi, coinvolto da capo a piedi in quei bouts d’existence incorruptibles che sono i poèmes, rimane perfettamente solo a sentirsi investito d’un potere – d’interiore libertà, d’uno slancio vitale e d’un coraggio morale – che per un istante egli crede di ricevere femminilmente dall’esterno, mentre poi s’accorge che tale ricchezza era già in lui, sonnecchiante ma presente, come se il poeta altro non avesse fatto che risvegliarla, non inventando ma scoprendo; e quindi suscitando un moto, più che d’ammirazione, di gratitudine.”

                                                                                                 

 

 Archivio eventi

 

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